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eccoci di nuovo in pista dopo tanti salti mortali nel mondo.parliamo di colori e di cioccolato!!uno studio pubblicato sul Journal of Sensory Studies che afferma come il colore del piatto, bicchiere o tazza che contiene il cibo, influenzi il modo in cui ne percepiamo il gusto.
Nello studio in cui hanno collaborato ricercatori dell’Università Politecnica di Valencia e dell’Università di Oxford 57 volontari valutavano degli assaggi di cioccolata calda bevuta da tazze di quattro diversi colori (rosso, arancio, crema e bianco – tutte con l’interno bianco).
Crema e arancio sono risultate essere le tazze in cui il cioccolato era giudicato più buono. Tuttavia era solo il gusto del cioccolato ad essere influenzato e non la dolcezza della bevanda o l’aroma (dal punto di vista olfattivo). Secondo gli autori l’effetto del colore dipende dal cibo: il fatto che arancio e crema funzionino con la cioccolata non significa che valga lo stesso con altri alimenti.
la novità è scarsa e certamente ogni alimento e ogni gusto ha una memoria polisensoriale e per questo una risposta individuale ed anche “del momento”, ma resta da sottolineare che andrebbero lette le spiegazioni per le quali i ricercatori danno questa soluzione cromatica associata al gusto.Per l’esperienza di ricerca che ho in argomento trovo interessante il bianco interno delle tazze. Il colore bianco interno, permette al gusto di non essere influenzato da variabili percettive di disturbo. il gusto così si orgnizzando anche l’effetto delle endorfine che si liberano per qualche secondo alla percezione gustativa e olfattiva dell’aòimento specifico e per di più caldo . L’esterno colorato con tinte così dette “calde”, esalta il senso del tepore percepito e attiva la sensualità olistica. Per la preferenza dell’ Arancionerispetto al rosso penso sia perchè questo ultimo è troppo carico e aggressivo. Il Giallo è preferito perchè è un colore associato in psicologia alla compagnia e all’effetto solare..tutto ciò influenza una percezione sinestesica che comprende anche i gesti e la ritualità del bere bevande “calde” e di sapore immediatamente percepibile dalle papille gustative….ma sono commenti sintetici il discorso è più articolato e lo affronteremo presto, per ora è un ritorno alla luce, fra le magie del cioccolato e di una vita che forse si può riprendere…i suoi spazi

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Appartenere

Quando negli anni ’80 E. Fromm si interrogava sul significato della libertà per l’uomo moderno, forse non immaginava che l’uomo postmoderno  ne rimanesse  invischiato. Nei decenni a seguire si è visto infatti che non solo i bisogni incoercibili fisiologici condizionano la  libertà, ma  il bisogno altrettanto potente di evitare la solitudine non tanto fisica quanto “morale”. Quest’ultima che è  data “dall’essere completamente  isolati da valori, simboli, modelli ”, comporta il rischio pressochè certo di scivolare nella disintegrazione mentale al pari di come “l’inedia fisica conduce alla morte.” Non per  l’assenza di un contatto fisico si definisce quindi  lo stato di solitudine, ma  per l’assenza di rapporto con valori e  idee  verso  o da un amore,  amici,  compagni o estranei. L’idea o il valore che ci unisce o separa dall’ “altro”, quella è l’energia che ci rende l’appartenenza. Non si è moralmente abbandonati se l’altro vive nella memoria e nel sentimento delle idee e degli orientamenti . Così la patria resta un valore di appartenenza anche se ne viviamo lontani e i compagni di lavoro restano nei ricordi e ne rammentiamo i sogni e le fantasie..Dei figli lontani amiamo o rimpiangiamo scontri, inerzie, fughe, passioni. I genitori lontani o morti restano nella memoria per gesti e valori e credo o divieti sia che in noi creino ostilità o tenerezza, ma pur sempre “appartenenza”. Ogni genere di rapporto dal più nobile al più meschino è un valore rispetto al degrado del sentimento di abbandono. Il bisogno pressante di evitare l’isolamento è riassunto da Balzac in una frase del testo “Sofferenza dell’inventore” che recita…”l’uomo ha in orrore la solitudine e in specie quella morale…e il suo primo pensiero  è avere qualcuno che condivida il suo destino..”.  L’uomo impiega ogni sua energia per dare un significato e un orientamento alla propria esistenza e per farlo, sviluppa forze potenti fin dall’ infanzia mentre traccia le tappe del suo cammino che pur proiettato verso l’ “individualità”, cerca comunque il mondo. Ma in questo  percorso quale libertà perderà o raggiungerà l’uomo e quale e quanta sottomissione dovrà accettare per “salvarsi” dai mille rischi di solitudine e ansia che la libertà  “regala”?. La perenne dialettica fra “crescente individuazione e crescente libertà”  si ripropone ogni volta che  si transita dalla condizione di   Liberi Da (per es  da una dolce schiavitù dalla famiglia, da un amore, dal clan, dal lavoro ecc), a quella di Liberi Di che  non sempre  si traduce  in una  capacità di  realizzare l’ individualità così misteriosamente sconosciuta da essere inseguita fino al nostro ultimo istante!

 

felici

pubblicato il 14 Maggio 2011 da Illywirin
Foto di Illywirin  La felicità.Ho letto un articolo di Wiseman sull’argomento. Con delizia apprendo  e comunico, che la  felicità è per il  50% nel DNA delle persone che quindi verso di essa possono tendere  e conquistarla come recita un articolo della Costituzione Americana: La felicità non è un diritto, bensì una conquista. Per il 10%  è dovuta a circostanze difficilmente modificabili e di vario tipo (stato di salute, territorio ecc)Per il 40% invece può essere modificata con varie strategie tutte individuali e “volubili” dal pregare, al meditare, al fare, al leggere, allo scrivere ecc. ma sopratutto (dice lo studio)l’empatia dell’amicizia (aggiungo anch’essa da conquistare e mantenere….)Una delle chiavi per la felicità lo studio dice sia  la gratitudine perchè coloro  che non provano questo sentimento, non sono felici, ma sempre alla ricerca di qualcosa di più. Neppure i soldi e i beni materiali pare siano  una soluzione  totale , mentre Il sorriso e l’esperienza  sembrano essere  chiavi   che ne facilitano il percorso, come il Fare nuove esperienze  e mantenere “alta” l’autostima che una volta conquistata…..è gratis!

Richard Wiseman è uno psicologo autore del libro 59 secondi. Pensa poco, cambia molto. La scienza del cambiamento rapido applicata a noi stessi”Un manuale per imparare a essere più soddisfatti.

non so..come legare una “emozione” “sensazione” al concetto di regola  che sta nell’imparare.. e mi sento  più che una persona un  oggetto  fotografibile e misurabile come  cerca di  recitarmi l’Istat  che ha  cominciato a calcolare la soddisfazione dei cittadini con un vero e proprio indice,  o anche  il premier Inglese David Cameron che sta cercando di misurare non solo il Pil ma anche il Gwb (General well being)ovvero il tasso generale di benessere… I consigli sono   senza limiti:dal suggerire uno specchio in cucina che pare scientificamente dimostrato che limiti  il consumo eccessivo di alimenti perchè il riflesso della propria immagine (dice lo studio) rende le persone più consapevoli del loro corpo e più propense a mangiare meno o solo cibi sani.
Ansia, stress, rancore invece si vincono pregando, leggende e consolidando una relazione o  guardando film comici oppure elencare quotidianamente almeno tre cose di cui siamo grati nella vita, o  tre avvenimenti andati bene durante la settimana..

questo “comportamentismo”imperante e fai da te.. che  sbrana la sofferenza e la delusione, la perdita e la separazione  e l’elaborazione  per  contenerle e accettarle come parte del Sè, nostre,  conviventi  con  il nostro stato  di individui, spingendoci invece  sempre più verso  la magic box che ci pretende virtuali, sorridenti lucidi e senza difetti, rughe, anni oltre i 40, ricchi solo di capelli e tette con piedi in calzari di puro vitello  e tacchi misura 12..ecco  mi pare  proprio la ricetta della depressione…..


Nel 1985, affiancavo per lo svolgimento dei suoi casi, un noto psichiatra perito della Rota Romana, oggi deceduto.
In quell’anno apparve un suo articolo “rivoluzionario” per i tempi e l’argomento, visto che l’esperto articolava intorno al taglio psicologico da dare al concetto di “consenso” dei nubendi che –diceva- “aggiunge luce … al consenso che va dato in modo non solo manifesto ma in condizioni psichiche da rendere l’atto libero, autonomo, pienamente consapevole”…. Ciò perché il patto matrimoniale implicito nel consenso, costituisce l’inizio di una serie di condizioni estremamente impegnative che, in riferimento al patto stipulato, ne garantiscono la validità”.
Il consenso non solo quindi espressione manifesta di una volontà, ma sinergico ad una manifestazione di unione ..ed inizio del “consortium vitae et amoris”.
Aggiungeva l’autore dell’articolo : “L’importanza del fattore consenso è nelle modalità con cui le condizioni del patto sono elaborate nella relazione duale. Di questo fanno parte integrante lo scambio oblativo , la comprensione, la sopportazione scambievole che si riassume nella continua comunicazione interpersonale fatta in senso verbale, non verbale, meta comunicata, fra le parti e all’interno di sistemi complessi macro e micro come la società e la famiglia”.
“Dove la comunicazione non si è formata su una valida relazione interpersonale, i pesanti problemi della vita e le caratteristiche della personalità non evidenti per insufficiente relazione comunicativa, possono causare crollo dell’unione”.
Al riguardo, ci sono autori che dichiarano “l’incapacità psicologica come causa di nullità” sottolineando che molte persone appaiono apparentemente ”sane” se vivono da sole, ma “crollano” se condotte a vivere con altri. Ciò sottolinea  l’importanza non solo del consenso  ma della “capacità dei soggetti di instaurare stabilmente la relazione interpersonale”.

E dove questo non accade…sono guai!
Un mio indimenticabile compagno…ha tentato a lungo di invocare questa strada maestra della relazione interpersonale viziata da difetto psicologico del suo primo partner….Dopo anni di porte chiuse, ha tradotto in logaritmi e formule la sua personale causa di annullamento…e si è dato pace..adeguandosi a separazione e divorzio..e, finalmente felice, ha infilato la strada di un secondo e ultimo matrimonio, civile “of course”
Riguardo questo ultimo passaggio i tempi attuali hanno tradotto questo “vissuto” complesso, creando una sorta di sinonimo tra amicizia , passione e seduzione…dando vita  a numerose coppie di amanti più che di persone unite da amore interpersonale, come effetto  di una  terremotata area sociale: quando il gioco si fà duro,  la società civile scampa al terremoto e dopo aver chiarito a se stessa che, rispetto alla psicologia individuale, la differenza tra amore e amicizia è che nel primo le personalità si trasfondono, nell’altra le si conservano distinte…si rende la vita più semplice.
Per questo si diffondono sempre più unioni “di fatto” che qualcuno ha bisogno di mascherare con riti e rituali “pagani” di “ matrimonialità” in base alla cultura, i ruoli, le tradizioni, ma per lo più goliardiche e liberatorie.
Oltre questa modalità diffusa anche nel nostro paese, trovo altrettanto illuminante una più recente alternativa da noi non presente, che in molte sedi europee, prevede registri di parternerships per regolare i rapporti di coppie etero o omo che, nel formulare l’impegno di reciprocamente assistersi per ragioni le più svariate e con strategie individualmente scelte,…non declamano l’osmosi della personalità ma anzi ne sottolineano e garantiscono la distinzione pur nella reciproca amorevole amicizia.
Benvenuta Europa…ogni tanto!

pagherò

quando usciamo dal ristorante..o stiamo per farlo,  ..chiediamo il conto e paghiamo…..Ma ci avete mai pensato che  paghiamo cose che abbiamo già consumato!  il mistero di questo comportamento…dove  si nasconde? gli oggetti del ristorante sono i soli   che hanno questo trattamento. Il resto, anche se di tipo alimentare, lo  prendiamo..lo portiamo alla cassa con noi..lo paghiamo e poi..nel tempo lo consumiamo….resta con noi, fa parte del nostro mondo, lo curiamo, rifiutiamo, prepariamo..per dar corpo a un desiderio che  si trasforma   ogni volta…ma al ristorante..no!..non prendiamo una promessa di benessere….no!   Paghiamo  un sogno già esaudito da altri, una  promessa svuotata di desiderio..magari addirittura delusa! Paghiamo ..il consumato..l’irrimediabilmente distrutto…”Lei ha consumato”…..e mi deve perciò-…..”    come se avessimo infranto la vetrina o sporcato l’arredo!

Abbiamo di ciò coscienza o   il nostro iniziale desiderio ci è anche sfuggito?quel  desiderio lo avevamo organizzato o  è  di altri, lo abbiamo copiato da tempo  o li per lì nasce improvviso  leggendo il menu, ascoltando i rumori e gli odori entrando..o sbirciando nei piatti degli antispasti, stesi come foto di corridoio nell’atelier…..o corpi di  dame  seducenti  che occhieggiavano  dai vecchi divani delle “casine”…per farsi scegliere..o ci hanno  convinti i sorrisi  o i bronci dei commensali che sono lì prima di noi?! Su quale garanzia…di soddisfazione poggiamo? Nessuno ci promette  che saremo rimborsati se non  ci piace…..è come da bambini un tiro a segno  della giostra. Un sorriso, una luce e una musica…il colpo in canna  e  tentiamo la sorte …soldi contro speranza..Ma fuori da quel  quadrato di ring colorato con i fiorellini più o meno finti…non faremmo mai un patto così  “audace”..chiederemmo  garanzie ad oltranza…così invece  ordinianiamo, chiediamo, ci facciamo accarezzare dai velluti delle  insistenze: vuole altro? posso portarle altro..desidera??..è un trionfo  di attenzioni…siamo al centro di un microcosmo  che si interessa di noi!! Fuori di li..torniamo  muti fra simili..che non hanno alcun interesse ai nostri desideri. E’ una civiltà degli eccessi si legge, cibo come rito feticcio di benessere..tutti  si battono il petto…e poi…paghiamo  un sogno  che non avevamo neanche raccontato a noi stessi… assaggi  step by step.. come i vecchi cartocci meridionali con i fritti   ammucchiati..antesiniani di un  finger food  …che sembra rivoluzionario ed è solo vecchio.  Quanto ci costa il desiderio..di volta in volta, pietanza  per pietanza,  boccone  dopo boccone…Se frammentassimo  come in un puzzle l’orosensorialità percepita durante il rito delle attenzioni ???  Come riprenderci il desiderio.. per capire  cosa abbiamo desiderato : il gusto,  la compagnia, il ruolo, lo stupore, il prestigio, la noia, la fatica….recuperando anzichè disperdendo  l’emozione…che  ci abbandona e si rintana fra odori, parole, musiche…percezioni e profumi…che ce la rimandano  trasmutata.. in prove…d’ osteria!!

entro nella  mia avventura  che  sarà  la nostra spero