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Archive for marzo 2014

CENERE

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Non sapevo che il buio non è nero, che il giorno non è bianco

Che la luce acceca e il fermarsi è correre ancor di più”

CENERE

 

Roma. Un itinerario  classico è il Lungotevere che dall’Isola Tiberina s’allunga alla Sinagoga che delimita quella  parte del ghetto al quale si accede o dalla quale si esce, in corrispondenza  del Portico di Ottavia  o meglio, quel poco che ne resta. Fra le residue colonne del Portico, incastonata, c’è la chiesa di S. Angelo in Pescheria che, in antico, testimoniava il grande mercato romano del pesce. Marj ne percorreva i lati come  farfalla che  corteggia il fiore, a mezza altezza, indecisa fino alla sosta per  poi, alla fine, tirarne su il dolce. Stava ferma e stupita a guardare, incredula, una piccola lapide con una scritta a ricordo che in  quel luogo, il 16 Ottobre 1943, truppe tedesche, radunarono e caricarono su camion,  alcuni, forse quasi tutti, gli ebrei romani. Gli stessi  che, qualche giorno dopo, blindati su treni e ammassati fra loro, furono  trascinati in Germania e, semplicemente, inceneriti.Una lapide  con  delle informazioni, simile a quelle  dove si leggono gli itinerari delle strade per raggiungere il centro o i dati di una pubblicità. Poche righe  e  la storia assolveva il compito di denunciare  un evento. Non una parete o un intero stabile, un ponte, una gigantografia da inciampo, no! Solo una lapide come quelle che indicano il nome delle strade. Non al centro di un crocevia, all’interno di  grandi spazi   con molte affluenze di persone. No! era stata situata al lato di vecchi e antichi ruderi di un reperto archeologico, rilegato e relegato, sia pure come un gioiello, nel ghetto ebraico, ad uso e consumo di chi le urla, le ansie e il terrore di  futuri inceneriti, le aveva già sentite e, ancora, da ogni sanpietrino ne ascoltava rimbombare, l’eco. Tra i lettori di passaggio, Marj osservava bambini, adulti, gente della città, stranieri, curiosi, stupiti, indifferenti, distratti. Taceva, ma sentiva parlare lo sguardo di Francesca che le camminava accanto in quel pigro inizio  di primavera, mentre andavano mute verso il fiume attraversando la piccola piazzetta  prospicente. Ma che hai?. E tutte le guerre, le uccisioni, la fame, gli sbarchi di disperati in cerca di vita?. A questa moltitudine di ignoti, neanche una targa! Già, la stessa riflessione l’aveva appena sentita, al telefono, da un’amica argentina che aveva  respirato  odore e dramma dei desaparecidos.

Forse  la differenza sta nella cenere?. Da sempre ce lo ripetono che  torneremo a questo stadio, ma poi,  solo questi “pochi” con stella gialla come  il sole ma anche come  la gelosia, sono riusciti a provarcelo perchè tutti ci si credesse!! Si la cenere fa la differenza, rispondeva Marj e rifletteva: gìa!! lo aveva da poco sperimentato, improvvisamente, a Prima Porta, il cimitero che, a Roma, se gli porti un amico, un figlio un genitore, un amore, se vuoi, non solo te lo conservano dietro una lapide come questa, ma possono  anche farne cenere e dartela dentro un barattolo nero con scritto sopra i numeri  di codice e nome e cognome dell’incenerito/a!. Quando te lo ridanno, il tuo   barattolo d’amore pesa, al massimo,  2 kg!!! I  “nostri” amici mai conosciuti e andati in fumo neanche  i barattoli hanno avuto. Però ondeggiano fra  gli spazi delle gocce d’acqua della fontana che  chiude  o apre,  a seconda della scelta, il ghetto, che, infatti, di giorno risplende con i suoi bronzi e marmi, ma, al tramonto, per vergogna di quella storia così feroce, si tinge del rosso delle parole e delle storie andate in fumo e, ora, sonoro e mentale eco al tintinnio delle acque.

 

 

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